July the seventh 2005: un pensiero sul terrorismo.

Avevo compiuto da poco 11 anni quando Londra fu attaccata; era il compleanno di mia madre e stavo per darle i regali insieme a mio fratello. La televisione era accesa e ci accorgemmo di quelle immagini che non dimenticheremo mai: l’Underground a soqquadro, le fermate chiuse al pubblico intasate da fumo e vigili del fuoco. Furono  riportate alla luce dei flash le vecchiette dal viso bruciato, i carrelli coperti da un lenzuolo e le copie degli Evening Standards imbrattate di sangue.

I corrispondenti italiani dal Regno Unito non poterono farsi tradire dallo sgomento: fu un attentato terroristico e 52 persone morirono in quattro esplosioni. Un anno prima l’attentato a Madrid, sedici giorni dopo quello a Sharm el Sheikh. Da bambina mi tormentavo su quando sarebbe arrivato il turno di Roma.

Pensavo che i terroristi avessero l’aspetto di una caricatura, quindi riconoscerli non sarebbe stato affatto difficile: il problema era come scovarli. Mi preparavo a quello che sarebbe potuto accadere con l’immaginazione: gruppi di barbuti armati di pistole e bombe fino a riempire i propri turbanti avrebbero compiuto una strage nella casa del Santo Padre, inclusa la mia.
Non vivevo neanche al centro della capitale ma avevo pur sempre 11 anni, la logica era e resta tutt’ora un’opinione.

Non potevo capire quanto fosse complicata la situazione. La cosa certa era che non mi sentivo più così tanto sicura nell’Occidente, a migliaia di chilometri dall’Iraq.

Sono passati 10 anni dall’attentato e nessun “barbuto con pistole dentro il turbante” mi ha steso al suolo, ma non per questo mi sento rasserenata, anzi: la bandiera nera dei fondamentalisti sventola sui patrimoni dell’umanità rasi al suolo; migliaia di mie coetanee si uccidono per non partorire il frutto di uno stupro, ignorato dai telegiornali quando ci sono abbastanza servizi sul lato B perfetto per la spiaggia; i lupi solitari ammazzano mussulmani e cristiani selezionati con cura per la ricetta del “terrorista improvvisato”.

L’ironia non si fa mancare nell’oligarchia del terrore: non importa se sei uomo o donna, bambino o vecchio, francese o siriano…tutti possono improvvisarsi carnefice o vittima. È questa l’unica forma di democrazia accettata dall’ISIS.

Vero, io né la mia famiglia siamo ad “alto” rischio di morire per mano di uno sporco bastardo che si immola al ratto delle 96 vergini; questo non vuol dire però che a me non importi nulla.
Semmai, è un mio dovere tutelare la democrazia, la libertà di vita e i diritti basilari di ogni essere umano in quanto cittadina di questo mondo.
Avessi solo un quinto del coraggio di Malala

Abito in Italia, ho Internet e dormo sonni tranquilli ogni notte né ho perso alcun caro in guerra: quale valenza avrebbero le mie parole di fronte alla testimonianza di chi vive sulla propria pelle l’assalto dei terroristi? Non posso risolvere direttamente il problema, ma un piccolo ruolo posso sempre assumere: ascoltare quelle testimonianze e diffonderle.

Kids, Gaza ( Marius Arnesen ).

L’ISIS adopera molto i social network: l’omicidio diventa un meme e lo sgozzamento di un “miscredente” un inno amplificato dai cinguettii di avvoltoi, che hanno la pietà di mangiare le vittime per non lasciarle alla mercé delle bestie.
Visto che tutti sono assuefatti alla violenza e ai drammi grazie alla TV del dolore, la causa dell’ISIS sembra allentante alle menti turbate e annoiate da donne senza veli e tipici problemi quotidiani: da bambini sognavano di far gli eroi, ora si arrangiano col ruolo del cattivo.

Si risponda con la stessa moneta, in attesa che la NATO si decida a salvarci:

  • celebriamo il diritto di seguire la nostra fede e di stringerci mano per mano (niente mani per il collo);
  • supportiamo chi sacrifica la propria serenità per apprezzare maggiormente la nostra, Malala in primis ma c’è un sacco di gente bella da ringraziare;
  • alziamo la nostra voce e diamola a chi ha troppa paura per farlo;
  • studiamo e mettiamo a confronto i stereotipi con la realtà (perché i terroristi mussulmani sono l’1% rispetto all’intero gruppo di credenti);
  • facciamoci furbi e forti: se si notano atteggiamenti sospetti, si deve denunciarli all’istante alla polizia. Altrimenti i “paccheri” sul sedere possono comunque rinsavire i “terroristi per moda”.

P.S: l’immagine in evidenza è di Paul Brocklehurst, mentre quella contenuta nell’articolo è di Marius Arnesen.

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